PiazzettaVergani.org
Una voce del giornalismo milanese
PiazzettaVergani.org è un blog curato dal Gruppo Cronisti Lombardi e intende da un lato essere un tributo al collega Guido Vergani scomparso nel 2005 e dall'altro un momento di confronto su temi politici, sociali ed economici.
FABRIZIO RAVELLI: VERGANI
Dire che Guido Vergani mi manca non rende l’idea, visto che ce l’ho sempre vicino. Non solo perché mi guarda le spalle da una bella foto in bianco e nero che gli scattò il suo amico Carlo Orsi. Soprattutto perché molto spesso sento quello che potrebbe dire a commento di un fatto, di un articolo, di una persona. Sento una delle sue sfuriate. Non frequenti, è vero, perché era un uomo mite. Ma sempre con lo stesso bersaglio:la grettezza, la piccineria umana, l’aridità di cuore, la sciatteria professionale, la trombonaggine. Sfuriate che si chiudevano sempre con una risata, lo sberleffo che indirizzava a se stesso come a dire: “Ma ti pare che siano cose davvero importanti?”.
Ho vissuto per molti anni con Guido, inarrivabile compagno di stanza nella redazione di Repubblica. Ho, inevitabilmente, ascoltato migliaia di sue telefonate. Qualche volta gli ho fatto da centralinista, per esempio quando voleva parlare con Adriana Mulassano al Corriere. Sapeva in anticipo che la sua mezza balbuzie l’avrebbe fatto inciampare sulla prima sillaba del cognome, trasformandola in un muggito. Guido chiudeva il telefono, alla fine di ogni conversazione, e commentava, raccontava, chiedeva consigli. Stare alla scrivania accanto voleva dire, in qualche modo, partecipare delle svariate famiglie che Guido governava: famiglie umane, amorose, giornalistiche, editoriali.
Questa era l’arte rara che Guido aveva nel sangue. Teneva in vita, ogni giorno senza requie, decine di relazioni. Sorvegliava i figli Viola e Orio, tentando a volte con scarsi risultati di recitare la parte del padre autoritario. Vezzeggiava le sue donne: quando abbassava la voce, trovavo una scusa qualsiasi per uscire dalla stanza, e lo stesso faceva Silvia Giacomoni. Cercava il fratello Leonardo, amatissimo e fragile, almeno una volta al giorno. E quando non lo trovava subito, l’allarme si estendeva a mezza redazione. Progettava interviste. Accettava lavori di ogni genere, perché la paura di ritrovarsi da un giorno all’altro povero e affamato non lo lasciava mai. Dispensava piccoli favori e minuziose attenzioni a persone di ogni genere. Raccoglieva pettegolezzi, ma senza cattiveria: solo per il gusto di alimentare il suo sterminato archivio di varia umanità, e l’incredibile memoria che faceva di lui un raccontatore leggendario.
Questo davvero mi manca: sentirlo raccontare, magari alzandosi in piedi per accompagnare le parole con una mimica da Commedia dell’arte. Ricordo a memoria decine di aneddoti che ho ascoltato, ma sono un’infima parte del suo repertorio. Gli piaceva sghignazzare della propria inadeguatezza, delle gaffes, degli inciampi. Se ancora non ho parlato del suo essere uno strepitoso giornalista, è perché mi pare quasi superfluo. Ho imparato molto da lui, come tanti. Ma ho sempre pensato che l’essere un cronista esemplare gli venisse, oltre che dal sangue e dall’esempio di un padre venerato, dal suo essere di tutti e per tutti. L’eleganza della scrittura era un effetto automatico dell’eleganza dell’ uomo, della disponibilità, della bontà d’animo. Mi manca, ma ce l’ho sempre vicino. Coi suoi pantaloni a fisarmonica, le scarpe molto usate, le cravatte a colori squillanti, le camicie lise, il feltro. Lo vedo scrivere protendendo la bazza, pestando col solo indice della mano destra sulla tastiera dell’Olivetti, mentre con la sinistra regge la sigaretta accesa.
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