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PiazzettaVergani.org è un blog curato dal Gruppo Cronisti Lombardi e intende da un lato essere un tributo al collega Guido Vergani scomparso nel 2005 e dall'altro un momento di confronto su temi politici, sociali ed economici.

Premiati i vincitori del “Vergani-Carcere&Comunicazione”

Il carcere di Bollate ha fatto quest’anno da cornice all’atto conclusivo del Premio Guido Vergani Carcere&Comunicazione, che intende segnalare anche alla società esterna agli istituti di pena lombardi le pubblicazioni che i detenuti, con l’aiuto degli operatori penitenziari, realizzano con impegno e di certo con risultati sempre migliori.
Quest’anno il primo premio è stato assegnato al “Numero 0″ della pubblicazione “Mezzobusto” del carcere di Busto Arsizio.
Questa la motivazione della Giuria presieduta da Dario Cresto Dina vice direttore del quotidiano La Repubblica:
““Credere o non credere ai mass media?”. giustomezzobusto_1.jpgComincia con un articolo provocatorio l’avventura giornalistica di “Mezzo Busto”, quasi a voler subito mettere in chiaro che i detenuti sono stanchi di vedersi descritti come mezzi uomini da giornali e televisioni. L’allusivo nome della testata è dunque il frutto di un sentimento diffuso nella popolazione carceraria e vuole quasi esorcizzare la temporanea mancanza dell’altra metà della vita, ovvero la libertà. Attraverso le sbarre filtrano i ricordi (come dimostra l’”Autobiografia di un viaggiatore” di Richard), che sono anche un’occasione per riflettere sugli errori commessi. Dal passato al presente il passo è breve: la cronaca di una giornata tipo trascorsa in carcere (“…fatta di piccoli atti, la cui articolazione, però, mantiene accesa la speranza di riprendere il quotidiano fuori e lontano da qui”, scrivono Marco e Ale) e una relazione sulle condizioni di salute dei reclusi (Chaka Zulo l’ha scritta in inglese) esprimono realismo ma anche un grande desiderio di comunicare. Lo stile di scrittura sobrio, la grafica e le immagini accattivanti (piccole opere d’arte firmate da Simion “Micuzu” Adrian) accrescono ulteriormente il valore educativo e culturale svolto dalla redazione di “Mezzo Busto”: tutt’altro che debuttanti allo sbaraglio.

Queste le motivazioni degli altri premi attribuiti e delle menzioni speciali:
Secondo premio
IL SESTANTE – Carcere di Vigevano
“Chiamata per l’inferno”, “La belva è sconfitta”, “La lotta tra il bene e il male”: non si può certo dire che la redazione non sappia che un titolo ad effetto attrae l’attenzione dei lettori. Dietro queste immagini forti si cela in realtà un problema molto sentito tra i detenuti: la paura. Dietro le sbarre si materializza come una “belva feroce, in agguato, in attesa di lacerarti senza pietà”, così la descrive Savina. E Laura racconta: “In una sorta di allucinazione vedo confusamente il blindo, penso di aprirlo e trovare al di là i miei figli e nipoti che dormono serenamente, ma la realtà è differente. Così appoggio la mia figura contro la porta di ferro e percepisco che è più calda del freddo che porto dentro di me”. L’inchiesta indaga sulle varie declinazioni della paura: dei bambini, nei confronti dello straniero (e qui si accusano mass media e politici di acutizzare i conflitti etnici), per la mancanza di sicurezza nella vita quotidiana, quella vissuta da una donna araba “reclusa” in casa. L’attenzione e la cura con cui vengono affrontati argomenti di attualità confermano l’impegno della redazione a mantenere uno stretto legame con il mondo esterno. Mondo distratto al quale si vuole ricordare – come dimostra il titolo di un articolo su carcere e società – soprattutto un concetto: “Si cercano mostri, si trovano uomini”.

Terzo premio
ZONA 508 – Carcere di Brescia
Un anno dopo la ripresa delle pubblicazioni la redazione dimostra che non ha nulla da invidiare ai colleghi del “mondo esterno”. Interviste ad attori, riflessioni sulle pene alternative, cronaca, barzellette, ricette. Non si risparmiano critiche ai mass media per la loro abitudine a condannare prima che lo faccia un giudice e, quasi a voler sottolineare che i detenuti nono sono mostri da sbattere in prima pagina, si affrontano anche argomenti delicati come l’affettività. E’ possibile provare emozioni in carcere? “A 50 anni l’affettività ha un sapore diverso”, scrive L.: “per me, che sono felicemente sposata da 35, la provo per mio marito, per la mia casa, le mie cose che non hanno nessun valore per gli altri ma che io, quando potevo, ogni giorno guardavo e toccavo con profondo attaccamento…”. Markicio invece ricorda suo padre, “che anche dopo cinque carcerazioni, carabinieri in casa, perquisizioni e altri brutti episodi, mi sta ancora accanto e non mi abbandona nonostante le disgrazie che gli provoco. Sto rendendomi conto che mi vuole davvero bene”. A rendere completo il reportage è l’ironia di Andrea: “…chiedere a un detenuto di parlare di affettività è come invitare un alcolista all’Oktober fest”.

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
CARTE BOLLATE - Carcere di Bollate

“Vogliamo fare un giornale vero”: l’editoriale del numero di settembre-ottobre esprime una grande ambizione ma anche una realtà innegabile. In quattro anni di esperienza “Carte Bollate” è diventato un giornale vero, riuscendo a bilanciare il desiderio di comunicare dei detenuti con i rigori di una vita privata della libertà. La grafica sobria, i titoli essenziali, gli articoli ben scritti e rigorosamente documentati sono la testimonianza di un lavoro giornalistico compiuto con grande professionalità, il che rende questo periodico un fuoriclasse nel panorama carcerario lombardo. L’inchiesta sul diritto alla salute e sui prezzi dei generi del sopravvitto confermano l’attenzione verso le problematiche più sentite dai detenuti, ma a rendere davvero completa la pubblicazione sono le notizie di cronaca “interna” (animali domestici al colloquio, l’apertura di un laboratorio di tatuaggi), le news dal mondo (troppi morti nelle carceri britanniche, un uomo d’affari acquista 100 pizze per i suoi ex compagni di detenzione), la pagina di sport, la rubrica di turismo dal titolo emblematico “Dove ti porterei se non fossi qui”, lo spazio dedicato alla riflessione religiosa (equo per Chiesa Cristiana e Islam). Non manca lo scoop: la “Notte bianca” organizzata all’interno del carcere, la prima in Italia. “La II^ casa di reclusione di Milano-Bollate è sempre più open house”, è scritto nell’articolo che annuncia l’evento con 250 visitatori e “buffet galeotto”. Fuoriclasse, appunto.

MENZIONE SPECIALE
FACCE & MASCHERE - Carcere di San Vittore

“Sono a San Vittore da tre mesi e non so quanto dovrò starci: da circa dieci anni giro per le galere italiane e devo dire che ciò che vado scoprendo in questi giorni non è del tutto negativo: prima consideravo cazzate uscire dalla propria cella, ma mi sto ricredendo…”. L’articolo di C.D.R., reduce da una positiva esperienza al Centro per l’auto-assistenza, ha un titolo emblematico: “La maschera del sopruso”. E’ un inno alla speranza ma anche un pressante appello a rendere migliori le condizioni di vita a tutti i detenuti, i quali sono invitati a camminare “a viso scoperto” per far capire “a tutta la società che la maschera da sempre la portano i potenti e le istituzioni”. Le ventiquattro pagine del giornale prodotto dai detenuti e dalle detenute di San Vittore nell’ambito del Progetto Ekotonos non concedono spazio alle divagazioni: sono invece ricche di riflessioni sul dramma di vivere privati della libertà trovando, nonostante tutto, uno stimolo per migliorare. Come spiega Maurizio, ristretto al terzo raggio: “Ho 40 anni e dall’età di 27 ha inizio la mia disavventura che oggi ritengo nauseante, perché ho condotto una vita senza valori. Tuttavia, avendo subìto la mia persona un processo di rivoluzione, oggi sono desideroso di cibarmi di cultura, di conoscenza degli altri, per potermi arricchire di un bagaglio personale di cui sono carente”.
Ma subito dopo il lettore viene riportato alla dura realtà penitenziaria, che non concede sconti neanche sulle visite mediche e il tempo libero: “Noi, detenuti del terzo raggio, terzo piano, chiediamo due ore di socialità, visto che siamo chiusi in cella 21 ore su 24. Potremmo organizzare un torneo di scacchi o di scopa o altro, potremmo andare a mangiare nelle altre celle, come si fa in quasi tutte le carceri”.

MENZIONE SPECIALE
PIANETA MIOGNI – Carcere di Varese

“Mi è stato chiesto di scrivere che cosa è il tempo libero ed io sono rimasto senza capire la domanda per qualche minuto”, scrive Giuseppe Di Benedetto nella pagina dedicata alle “Considerazioni”. Mentre Giovanni Leoni sottopone un singolare interrogativo nella rubrica “Curiosità”: “Perché le rotaie dei treni sono distanti tra loro 143,5 centimetri?”. Si potrebbe dire che ai detenuti non manca certo il tempo per i pensieri, ma il fatto di metterli tutti – utili e oziosi - nero su bianco aiuta a non perdere la vivacità intellettuale anche su un “pianeta” poco ospitale come il carcere. Non a caso la redazione del periodico mantiene costante la sua attenzione verso le questioni di attualità più scottanti, come l’indulto, la legge Bossi-Fini sull’immigrazione (“Se i provvedimenti fossero stati presi in passato, forse ora non saremmo stati invasi dalla microcriminalità straniera”, accusa Matteo Manna), il decreto legge Turco: in quest’ultimo caso viene proposto un confronto fra “pro” e “contro”. I pro di un genitore: “Ora mio figlio ha 18 anni e non fuma nemmeno una sigaretta nonostante sia cresciuto in una famiglia con un padre per metà del tempo in carcere e con una madre che non ha mai fatto mistero di farsi qualche canna”. I contro: “Fin dalla conquista del Sud America la cocaina era uno stimolante di normale uso nelle popolazioni andine; capìta la sua potenzialità, gli spagnoli crearono un popolo di tossicomani da usare 14 ore al giorno nello sfruttamento delle miniere di rame”. Da sottolineare lo sforzo di comunicare senza frontiere, con la pubblicazione di proverbi e detti raccolti da detenuti originari di Senegal, Albania, Egitto e Marocco, tutti scritti in arabo e albanese.

OPINIONE LIBERA – Carcere di Monza

L’intervista a M.D., prima detenuta straniera a Monza a conseguire la Certificazione di italiano (iniziativa del CTP con l’Università di Siena), dimostra chiaramente che il carcere può essere un evento della vita ma non una predestinazione: “Sono laureata in lingue moderne applicate presso l’Università Statale di Cley-Napoca in Romania. Ho studiato francese e russo”. Come si è preparata per l’esame? Lei risponde: “Devo ammettere che ho avuto anche parecchie difficoltà, perché lo studio richiede concentrazione e la convivenza con tante persone (6 in cella), in più i miei problemi personali e giudiziari hanno costituito degli ostacoli difficili da superare: ho dovuto avere tanta pazienza con le mie concelline, ma anche loro con me!”. E’ ampio e variegato lo spazio che la sezione femminile dedica ai temi della formazione didattica, della salute e della religiosità, dimostrando un forte desiderio di rivincita e di redenzione. Al giornalino hanno partecipato anche alcuni studenti universitari e delle scuole superiori: attraverso i resoconti delle loro visite guidate all’interno del carcere hanno aperto una finestra sul mondo esterno e creato un’occasione per conoscere il volto umano di chi è condannato a saldare i conti con la giustizia: “Vogliamo augurare”, scrivono i giovani visitatori, “che una volta usciti non facciano più gli errori che possano riportarli lì di nuovo”.

CONTROSENSO – Carcere di Mantova

I professionisti dell’informazione sono avvertiti: in carcere c’è chi li tiene d’occhio, giorno dopo giorno. Le notizie distorte e gonfiate, oltre all’ampio assortimento di quelle inutili, sono un tema che sta molto a cuore ai detenuti-cronisti, i quali sul loro giornale non esitano a sentenziare: “Da tanto, troppo tempo, i media stanno bombardando i nostri cervelli con le notizie che vogliono loro. Faccio un esempio”, spiega un detenuto che si firma Zio Ben: “Il ragazzo della provincia di Pavia (Garlasco), unico indagato per l’omicidio della propria ragazza, al momento in cui scrivo questo articolo non si sa ancora se è colpevole o innocente. Ma sembra che questo ai media interessi poco…”. Lo sguardo costante sull’attualità conferma la volontà della redazione di proporre un tipo di giornalismo semplice ma allo stesso tempo ricco di contenuti: i detenuti scrivono di scarcerazioni facili e del Kosovo, del V-Day di Beppe Grillo, della sanità e della violenza negli stadi con la stessa vivacità che caratterizza il dibattito nel mondo “esterno”. Lanciata anche una proposta per combattere la prostituzione: “Perché non eliminiamo la legge Merlin e riapriamo le case chiuse?”.
L’invito ai lettori lanciato nel numero di novembre è sintomatico dello sforzo di mantenere sempre vivo e aggiornato il rapporto oltre le sbarre: “Desiderate conoscere il nostro punto di vista rispetto a un problema che ci riguarda? Scriveteci senza remore”.

IL DUE – Carcere di San Vittore

Da otto anni il net magazine mantiene spalancato l’ingresso del carcere di San Vittore: spalancato virtualmente, ovvio, ma per chi è privato della libertà non è poco esprimere liberamente i propri pensieri. Come Pino, ergastolano, il quale racconta la sua esperienza dopo essere stato autorizzato a lavorare all’esterno: “Pensavo che tristezze e miserie esistessero solamente in carcere, pensavo che nel mondo fosse tutto bello, colorato, profumato”. L’amarezza per una vita lasciata a metà si esprime attraverso la poesia di Pino, dal titolo emblematico: “Avrei voluto”. Invece Islam parla di amicizia tra le mura, cercando di far capire che i detenuti non sono “brutti, cattivi, violenti, maleducati, sporchi, antipatici, prepotenti, senza cuore - e chi più ne ha più ne metta – completamente tatuati e magari anche con la faccia tagliata”.
Puntuale il monitoraggio sulle notizie di attualità riguardanti il mondo carcerario, soprattutto quelle inerenti la salute (“Un detenuto su tre ha l’epatite C”), l’indulto (“Mastella: percentuale recidivi diminuiti del 6%”) e le misure alternative.
L’ansia di trasmettere una immagine dei detenuti senza distorsioni né preconcetti è testimoniata anche da un video – visibile su YouTube – intitolato “Lettera a Santoro”: un redattore de “Il Due”, condannato all’ergastolo, stigmatizza le “critiche sommarie” espresse durante una trasmissione di “Anno Zero” a proposito dell’indulto e racconta che in carcere non c’è più spazio neanche per dormire (“Materassi buttati a terra…”). L’appello finale al giornalista Michele Santoro ricalca lo stesso spirito che anima i volontari del net magazine: “Riavvicinare la società ai problemi del carcere e noi stessi alla società, nella prospettiva di un rientro in essa”.

Alla cerimonia di premiazione, durante la quale ha fatto gli onori di casa la direttrice del carcere di Bollate dottoressa Castellano, erano presenti tra gli altri il sottosegretario alla Regione con delega alle carceri dottoressa Antonella Maiolo e la Giunta del Gruppo Cronisti Lombardi, organizzatore dell’iniziativa, con il presidente Rosi Brandi.

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