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PiazzettaVergani.org è un blog curato dal Gruppo Cronisti Lombardi e intende da un lato essere un tributo al collega Guido Vergani scomparso nel 2005 e dall'altro un momento di confronto su temi politici, sociali ed economici.

AGLI ITALIANI NON PIACE LA LIBERTA’ DI STAMPA

Il sondaggio è della SWG di Trieste per Radio24. Argomento le intercettazioni, ma in conseguenza anche la libertà di stampa. E i risultati sono di quelli che invitano a riflettere: dovendo scegliere tra sicurezza, libertà di stampa e privacy, solo il 21 per cento sceglie la libertà di stampa e appena l’8% la privacy. Inoltre il 50% degli intervistati è d’accordo con l’ipotesi di prevedere fino a tre anni di carcere per chi pubblica le intercettazioni. Fortuna che il 76% è d’accordo di punire ancor più severamente i pubblici ufficiali che violano il segreto istruttorio diffondendole e quindi, implicitamente, non dà solo la colpa ai giornalisti!
Infine, ma non ultimo, il dato riferito alle intercettazioni: il 91 per cento le ritiene uno strumento utile per tutelare la sicurezza del Paese, il 90% ritiene che siano utili per contrastare la corruzione.
Che dire? Intanto che è assolutamente necessario per noi giornalisti informare di più e meglio l’opinione pubblica su tutti gli aspetti del disegno di legge e in particolare proprio su quelli relativi agli abusi. L’opinione pubblica deve sapere che con la nuova normativa si impedirebbe la pubblicità delle inchieste sine die, che in tal modo verrebbe scalfito anche il diritto alla difesa delle persone indagate, che verrebbe impedita la pubblicità del processo con tutti i pericoli che ciò comporterebbe.
La mobilitazione della categoria e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sono quindi più che mai necessarie in nome di quelle regole del vivere democratico che sempre più si tenta di comprimere.

Un’ultima considerazione a proposito di privacy. Dopo la retata a Wall Street seguita alle indagini sui mutui subprime, abbiamo visto in televisione le immagini di manager e colletti bianchi in manette, abbiamo visto i loro primi piani, abbiamo sentito i loro nomi. Nessuno sembra abbia protestato. Eppure gli States sono la patria del diritto alla privacy. Evidentemente l’interesse pubblico è ritenuto superiore, e così la libertà di immagine e di stampa.(gp)

INTERCETTAZIONI: IL PARERE DEL PROCURATORE GENERALE FORTUNA

Che cosa pensano i magistrati del nuovo disegno di legge sulle intercettazioni? Ecco il parere di uno di loro, il procuratore generale di Venezia Ennio Fortuna e sotto, il commento dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani.

Compromesso il diritto di cronaca
Luci e ombre di un disegno di legge da emendare

di Ennio Fortuna
(Procuratore generale del Veneto)

Il disegno di legge del Governo in materia di intercettazioni telefoniche (ma come vedremo, il provvedimento va ben oltre) presenta norme equilibrate e comunque accettabili, ma anche innovazioni singolari e perfino grottesche, al punto da far dubitare della loro stessa legittimità sotto il profilo costituzionale.
Il divieto di intercettazione per reati punibili con meno di 10 anni di reclusione nel massimo appartiene alla prima categoria, specie se si muove dalla convinzione (a mio giudizio fondata) che da noi si esagera negli ascolti disposti dal magistrato. Ugualmente deve dirsi del limite di tre mesi al massimo (forse troppo drastico) in cui può protrarsi l’ascolto, delle mutate e assai più rigorose condizioni richieste per l’autorizzazione e per l’utilizzazione, e infine della competenza, non più attribuita al singolo G.I.P., ma addirittura ad un collegio di tre magistrati (ciò che rende però assai più complessa la tenuta del segreto, oltre a creare non poche difficoltà di organico e per tutti i casi di maggiore urgenza).
Tutto sommato, fin qui le disposizioni rientrano nella logica di un provvedimento volto a limitare un mezzo di indagine per sua natura invasivo per meglio tutelare la privacy del cittadino e risparmiare sui costi davvero intollerabili di oggi. Va aggiunto che il Governo ha mostrato sensibilità ed equilibrio nel prevedere la possibilità di procedere alle intercettazioni anche per i reati contro la pubblica amministrazione, se punibili con la reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, ancorché non si sia fatto lo stesso con l’abuso di informazioni privilegiate e con la manipolazione del mercato, fattispecie altrettanto, se non più gravi, e che, a maggior ragione, richiedevano la stessa eccezione.
Ma come anticipato, il Governo ha fatto molto di più, rendendosi responsabile di un’iniziativa assolutamente inaccettabile. Propone infatti la modifica di un articolo del codice di procedura, a cui è collegata strettamente la fattispecie punitiva della pubblicazione arbitraria di atti, ovviamente più aspramente sanzionata, secondo cui fino alla fine delle indagini preliminari ovvero fino alla fine dell’udienza preliminare è vietata la pubblicazione anche parziale o del semplice contenuto di singoli atti del procedimento, nonché di quanto acquisito al fascicolo del PM o del difensore, e anche se il segreto è cessato.
In sostanza fino alle soglie del dibattimento non si potrebbe scrivere del procedimento in alcun modo, neppure per semplici riferimenti o richiami: un segreto addirittura tombale di stile staliniano anni trenta e francamente ingestibile, e probabilmente lesivo del diritto-dovere di informazione, costituzionalmente tutelato. Come il Governo possa illudersi che un simile segreto resti osservato per tutto il tempo in cui da noi dura un’indagine (spesso anni) è abbastanza incomprensibile. Ma a parte la mancanza di ogni realismo, non è difficile sottolineare la grave preoccupazione che deriverebbe da una simile impostazione. Se davvero la norma passasse (e non lo credo), e se davvero si chiudesse la barriera del segreto su ogni tipo di indagine e per tanto tempo, a parte l’incostituzionalità del divieto, sarebbe assai difficile negare il grave pericolo per la stessa tenuta dell’ordine democratico. Ogni iniziativa liberticida sarebbe possibile perché la libera stampa non potrebbe denunciare il fatto e neppure registrarlo.
C’è di più. La stessa categoria dei cronisti giudiziari cesserebbe di esistere, non avendo più nulla da dare al servizio dell’informazione. Ma il Governo dovrebbe anche spiegare come conciliare la norma con l’altra pure tenacemente voluta dal Governo Berlusconi due anni fa, e ormai in vigore, tutto sommato, con buoni risultati. Mi riferisco alla disposizione con cui riordinandosi su schemi vorticistici l’ufficio del PM, si è deciso che fosse solo il Procuratore (o altro magistrato da lui appositamente delegato) a mantenere i rapporti con gli organi di informazione, salva la raccomandazione (o l’ordine) che ogni notizia sia data in modo impersonale escludendo ogni riferimento ai magistrati assegnatari. Ma che cosa dirà ormai il Procuratore ai giornalisti, se è vietata la pubblicazione di ogni notizia, anche indipendentemente dal segreto in senso tecnico, e se anche il Procuratore è ovviamente te nuto alla riservatezza, pena la sua stessa personale responsabilità penale per il concorso nella divulgazione arbitraria? Se non è un mero incidente tecnico, dovuto all’evidente difetto di coordinamento tra le due disposizioni, il Governo dovrà spiegare come sia possibile la coesistenza di norme tanto contraddittorie.
Naturalmente la speranza di ogni osservatore è che il Parlamento elimini le aporie e soprattutto le troppo evidenti e insostenibili esagerazioni, salvando dal disegno di legge quello che c’è di buono e che, come ho detto, non manca.
Ma staremo a vedere, tenendo sempre presente che se anche la stampa non è mai ben vista dal potere, tuttavia la sua funzione in difesa della democrazia è e resta assolutamente insostituibile. E tutti, perfino i Governi, dovrebbero convenirne.

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Unione Nazionale Cronisti Italiani
INTERCETTAZIONI: SEGRETO TOMBALE DI STILE STALINIANO

Roma, 19/6/2008- I cittadini non potranno più essere informati sull’andamento delle indagini giudiziarie
a causa di “un segreto addirittura tombale di tipo staliniano anni Trenta” che il disegno di legge del governo sulle intercettazioni impone. La considerazione, che coincide con quella dei cronisti, è del Procuratore Generale del Veneto Ennio Fortuna che, invece, mostra di apprezzare la parte del Ddl riservata alla disciplina delle intercettazioni che presenta “norme equilibrate e comunque accettabili”.
Il giudizio dell’alto magistrato conferma la denuncia dell’Unione Nazionale Cronisti: il disegno di legge ha ben precisa la volontà di impedire l’informazione giudiziaria e di nascondere la realtà dietro la favola di impedire l’uso distorto delle intercettazioni. Le norme infatti impongono l’obbligo del segreto su tutta l’attività di indagine del Pm e della polizia giudiziaria: non si potrebbero più pubblicare neanche le ordinanze di custodia cautelare.
I cronisti potrebbero scrivere che un uomo è stato ucciso, ma non che l’assassino è stato arrestato e ha ammesso l’omicidio, oppure che una società finanziaria ha truffato decine di migliaia di risparmiatori ma non che il responsabile è indagato. Tutta l’informazione ai cittadini è rimandata al momento del processo pubblico. Cioè a distanza di anni, quando l’impatto sociale è ormai scomparso e solo per meno del 10% dei reati. In Italia infatti il 90% dei processi avviene con rito abbreviato e patteggiamenti in camera di consiglio: di loro non si sa quasi nulla.
Il Procuratore Fortuna sottolinea che questo segreto di tipo staliniano protratto per tanto tempo rischia di provocare un “grave pericolo per la stessa tenuta dell’ordine democratico. Ogni iniziativa liberticida sarebbe possibile perché la libera stampa non potrebbe denunciare il fatto e neanche registrarlo”.
I cronisti sono ben consapevoli che la loro battaglia in difesa della libertà di informazione si gioca tutta sul mantenimento del pieno diritto costituzionale dei cittadini di sapere cosa accade. I giornalisti e le loro istituzioni, Fnsi, Associazioni Ordine nazionale e regionali, sono schierati in modo convinto e compatto e si batteranno con determinazione e tenacia a tutela del diritto-dovere di cronaca.

NELL’OCCHIO DEL CICLONE, IL FUTURO DEL MADE IN ITALY

In occasione del suo VII Forum annuale, svoltosi il 16 giugno a Roma, il Comitato Leonardo, presieduto da Laura Biagiotti, ha presentato una Ricerca commissionata insieme all’Istituto nazionale per il Commercio Estero alla Fondazione Manlio Masi e a Luiss Lab (frutto di un gruppo di lavoro coordinato dal Professor Beniamino Quintieri e dal Prof. Stefano Manzocchi),intitolta “Nell’occhio del ciclone: strategie per costruire il Futuro del Made in Italy”.
A scopo di documentazione ci sembra interessante presentarne un sunto dal quale poter trarre interessanti spunti di riflessione.
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IL CONTESTO GLOBALE….
Forti incognite pesano oggi sulle prospettive future dell’economia mondiale. Preoccupano il rallentamento dei consumi e degli investimenti negli USA, le possibili ripercussioni della crisi immobiliare e finanziaria, l’indebolimento del dollaro e l’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche e alimentari. Nonostante queste incognite, i paesi emergenti (specie i c.d. BRIC, Brasile, Russia, India, Cina) continueranno a sostenere la crescita globale.
Si stima che l’1% in meno nella crescita statunitense equivarrebbe ad una riduzione media di solo lo 0.5% della crescita in Asia, anche se l’impatto potrebbe risultare più consistente qualora si registrasse una marcata decelerazione dell’attività economica anche negli altri paesi avanzati. In virtù di questa maggiore autonomia i paesi emergenti dovrebbero continuare a crescere nel prossimo biennio a tassi ragguardevoli (intorno al5%) nonostante il previsto brusco rallentamento delle economia dei paesi industrializzati.
Per le imprese italiane si tratta quindi di riuscire ad intercettare la domanda crescente proveniente dai mercati più dinamici e promettenti, pur senza trascurare i mercati OCSE.
Come precisa Laura Biagiotti, presidente del Comitato Leonardo, <>.

I PAESI DEI BRIC, NUOVO MIRACOLO ECONOMICO…
L’avanzata dei paesi emergenti si riflette nella quota crescente dei BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) sulla produzione mondiale. La Cina ha quasi raddoppiato la sua quota nell’ultimo decennio superando i paesi europei ad eccezione della Germania. In virtù di ritmi di espansione superiori al 5% nell’ultimo quinquennio i paesi emergenti e quelli in via di sviluppo hanno contato complessivamente per circa i due terzi della crescita globale e la sola Cina ha contribuito ad un quarto della dinamica internazionale. In particolare il contributo complessivo dei BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) alla crescita del PIL mondiale ha superato, da ormai tre anni, quello delle economie mature risultando lo scorso anno di poco inferiore al 43%.
I paesi emergenti rappresentano, ormai, circa un terzo degli scambi mondiali, ma è soprattutto la Cina a contare sui flussi internazionali di merci essendo diventata il secondo esportatore mondiale dopo la Germania, con una quota di poco inferiore al 9% sulle esportazioni a prezzi correnti. All’ascesa della Cina hanno indubbiamente contribuito i processi di delocalizzazione e di outsourcing internazionale dei processi produttivi.

LE STRATEGIE DI PREZZO COME CHIAVE DI VOLTA DELL’EXPORT ITALIANO
Un elemento rilevante dei processi d’impresa è costituito dalle politiche di prezzo sui diversi mercati, rispetto alla concorrenza estera. Come spiega Beniamino Quintieri, presidente della Fondazione Manlio Masi, <>.
Queste imprese sarebbero quindi in grado non solo di discriminare tra prezzi interni ed esterni, ma anche di seguire strategie di prezzo differenti nei singoli mercati, andando a ricercare nuovi sbocchi nei mercati esteri e cogliendo gli effetti della crescita della domanda per beni di elevata qualità, anche nei paesi emergenti.
Dalla ricerca emerge che a presentare un prezzo mediamente più elevato sono prevalentemente i beni italiani esportati nei paesi extra-Europei e in particolare nell’Estremo Oriente (Giappone, Corea del Sud), negli Stati Uniti, in Russia, ed in alcuni importanti mercati emergenti come quello cinese e quello brasiliano.

Ad esempio, nel mercato russo i prezzi praticati dagli esportatori italiani nei comparti tradizionali (abbigliamento, calzature, arredo, vino) risultano essere dal 30% al 200% superiori rispetto alla media delle esportazioni italiane di quei settori. Ciò è particolarmente rilevante dal momento che in molti di questi settori, la posizione italiana rispetto ai concorrenti si è andata sempre più rafforzando nel corso degli ultimi anni.
Prezzi più bassi rispetto a quelli praticati nel mondo si rilevano al contrario sui 3 mercati europei, dove la concorrenza per il nostro export si è andata facendo più intensa: Germania, Francia e Spagna. In questi tre paesi, i prezzi attuati dalle nostre imprese esportatrici sono mediamente più bassi rispetto a quelli praticati nel resto del mondo di circa il 20%.
Per quanto riguarda i fattori che potrebbero determinare tale differenziazione nei prezzi di esportazione per mercato, dalla ricerca emergono una serie di indicazioni. In particolare:
• i beni a prezzo più elevato si esportano nei paesi relativamente più ricchi (con un PIL pro-capite più elevato), oppure in paesi meno avanzati con un’alta concentrazione dei redditi nelle fasce più abbienti della popolazione
• i beni esportati in mercati geograficamente più lontani (Asia) o di maggiori dimensioni mostrano un prezzo mediamente più elevato. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che soltanto le imprese più grandi, strutturate e con produzioni di maggior qualità sono in grado di accedere a questi mercati di sbocco, fronteggiando con successo la concorrenza dei paesi emergenti.
• a parità di altre condizioni nei mercati in cui esistono barriere tariffarie, i produttori tendono a ridurre i prezzi di esportazione per poter essere competitivi in tali regioni.
• le imprese italiane sembrano modificare le proprie strategie di prezzo in base all’andamento del tasso di cambio. Negli ultimi anni, quindi, i produttori del Made in Italy hanno ridotto i loro margini unitari di profitto in alcuni paesi esterni all’area euro (Stati Uniti in primo luogo), per sopperire alla perdita di competitività dovuta all’apprezzamento della moneta comune.

Per quanto concerne le motivazioni per adottare prezzi più alti, c’è ovviamente la consapevolezza della presenza di una classe di nuovi ricchi in Russia che mostra particolare interesse nei confronti dei beni di lusso e di alta qualità provenienti dal mercato italiano (per il 37,5% delle aziende).
In Asia, invece, il principale motivo del prezzo più elevato è rappresentato dai costi legati all’entrata ed alla permanenza su quei mercati (58%), mentre il target dei consumatori di alta fascia rappresenta ancora solo l’8% . Ciò può in parte dipendere dalla lontananza non solo geografica della Cina dall’Italia, ma anche e soprattutto da una sostanziale differenza culturale.

SETTE IMPRENDITORI ITALIANI SU DIECI PRATICANO UN PREZZO ALL’EXPORT PIU’ ALTO RISPETTO A QUELLO STABILITO SUL MERCATO INTERNO
Per comprendere meglio i comportamenti delle imprese esportatrici, la Ricerca del Comitato Leonardo contiene due tipi di indagini sul campo. La prima è stata realizzata con un questionario rivolto ad un centinaio di imprese esportatrici medio-grandi collocate nei segmenti di eccellenza e quindi dotate di un potere di mercato. Si tratta di imprese con un numero di addetti superiore alle 50 unità, equamente distribuite tra i diversi settori merceologici. Le imprese considerate nell’indagine rivelano forte intensità di export e producono beni che si collocano su una fascia qualitativa alta; fattori che indicano una maggiore notorietà del marchio e di conseguenza anche una maggiore probabilità di mettere in atto comportamenti di tipoprice-maker.
Quasi il 70% delle imprese intervistate ha dichiarato di praticare un prezzo all’export più alto rispetto a quello stabilito sul mercato interno. Dal momento che i mercati in cui queste imprese praticano un prezzo più alto rispetto al mercato nazionale sono in numero inferiore se paragonati a quelli in cui esportano, appare evidente come la scelta dei mercati in cui praticare prezzi più alti sia il risultato di un’attenta analisi delle caratteristiche del mercato da servire. Gli esportatori italiani non solo distinguono fra mercato interno ed internazionale sfruttando la maggiore dinamicità del secondo rispetto al primo, ma seguono strategie differenti in funzione della tipologia del mercato di destinazione del prodotto.
In particolare, i mercati in cui le imprese medio-grandi praticano prezzi più alti sono quello dell’UE 15 (33%), quello asiatico (25%) e quello russo (16%). Relativamente poche imprese, invece praticano prezzi più alti negli Stati Uniti, a causa probabilmente del cambio sfavorevole all’export italiano, del rallentamento di consumi e investimenti negli USA e della forte concorrenza presente su quel mercato.
Fra i mercati della Vecchia Europa, inoltre, quasi il 40% delle imprese intervistate ha dichiarato di praticare un prezzo più alto nel Regno Unito. Qui, non solo è presente un target di clienti adeguato a beni di alta qualità, ma la tenuta della sterlina nei confronti degli apprezzamenti nominali dell’euro ha consentito agli esportatori italiani di mantenere elevato il livello dei prezzi in euro su questo mercato senza far crescere eccessivamente quello in sterline. Inoltre, il 44% delle imprese che pratica prezzi elevati nello UK, dichiara di farlo per via degli alti costi di presenza su quel mercato. In questo mercato, in effetti, la dinamica dei prezzi all’esportazione da una parte riflette semplicemente il trasferimento dei maggiori costi legati all’attività di esportazione dei prodotti sui prezzi finali, ma dall’altra, ancora una volta, evidenzia il raggiungimento di una clientela selezionata.

LE NOSTRE AZIENDE IN CINA: VINCE LA STRATEGIA DEL PREZZO ALTO, SINONIMO DI QUALITA’ NELL’IMMAGINARIO DEI NUOVI RICCHI
La seconda indagine sul campo contenuta nella Ricerca del Comitato Leonardo è stata realizzata mediante interviste rivolte a circa 50 imprese italiane presenti sul mercato cinese. Si tratta di aziende italiane operanti a Shanghai, equamente distribuite tra i diversi settori, studiate attraverso un’intervista con i general manager locali. La quasi totalità delle aziende intervistate posiziona la qualità dei propri prodotti nella fascia di “eccellenza”. Una categoria, questa, in cui è difficile trovare fino ad ora concorrenti cinesi, ma che paga, dall’altro lato, la lucida scelta di tassi di crescita dei volumi di vendita meno elevati.
La scelta di riposizionamento ha dunque beneficiato di un generale e cospicuo innalzamento del prezzo medio finale in Cina, per tre motivi:
· miglioramento qualitativo.
· scelta di sfruttare il dinamismo della domanda locale per espandere i margini di profitto.
· minor livello di conoscenza del prodotto da parte del consumatore cinese, rispetto ai più sofisticati consumatori occidentali.

Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, il consumatore-tipo in Cina viene visto da molte delle nostre imprese come “non educato” al consumo di certi prodotti. Prodotti che rientrano nel paniere di beni acquistati quando questi individui perseguono uno stile di vita occidentale. Al fine dunque, di scegliere il prodotto ritenuto migliore, i manager intervistati notano come il bene con il prezzo più alto abbia più probabilità di essere acquistato in Cina, proprio perché automaticamente identificato come quello rappresentante meglio lo status occidentale.

È interessante notare che in Cina l’imprenditore straniero -per poter aumentare le possibilità di successo della propria iniziativa imprenditoriale- non può prescindere dalla necessità di crearsi nel tempo una “Guanxi” (in mandarino, 关系), ovvero un sistema di relazioni personali che gli consenta di raggiungere facilmente i suoi obiettivi.
Sul fronte della differenziazione dei prezzi tra Paesi o Continenti diversi, per il 35% dei manager intervistati, le motivazioni alla base di prezzi più elevati in Asia sono principalmente riconducibili ai maggiori costi sia di entrata sia di permanenza in quest’area.
Un discorso diverso, ma altrettanto importante ai fini della ricerca, è stato quello di cercare di individuare quanto il fattore dell’Italianità contasse per le aziende campione, sia a livello di immagine sia di qualità, e conseguentemente anche di prezzo. Se è indubbio, infatti, come il nostro Paese venga percepito anche in Cina come simbolo di ben vivere, eccellenza, qualità, è altrettanto vero che molte aziende lamentano una scelta di nome, seppur di successo e specificamente designata per il loro settore, che non permette di sfruttare a pieno le potenzialità legate al “marchio Italia”. Nel dettaglio, sono soprattutto quelle aziende il cui brand richiama alla lingua inglese a considerare, l’italianità una qualità difficile da sfruttare, ma senz’altro da riaffermare: per esempio nel marketing, così da far arrivare al consumatore che spesso già conosce il nome, anche la provenienza del prodotto.
Nelle foto: Laura Biagiotti con Luca di Montezemolo e Lavinia Biagiotti Cigna con l’on. Laura Todini e la presidente dei giovani industriali Federica Guidi.

ARRESTATECI TUTTI di Marco Travaglio

Marco Travaglio è un collega che si sta distinguendo per il suo modo di fare informazione: diretta, senza peli sulla lingua e nella penna, al centro di molte polemiche proprio per questa sua scelta di libertà e di indipendenza. Non sempre siamo d’accordo con lui, ma in ogni caso ci piace. E’ per questo che riportiamo volentieri il suo provocatorio intervento sulle intercettazioni, apparso in Diario.

Annuncio fin d’ora che continuerò a informare i lettori senza tacere
nulla di quel che so. Continuerò a pubblicare, anche testualmente, per
riassunto, nel contenuto o come mi gira, atti d’indagine e
intercettazioni che riuscirò a procurarmi, come ritengo giusto e
doveroso al servizio dei cittadini. Farò disobbedienza civile a questa
legge illiberale e liberticida. A costo di finire in galera, di pagare
multe, di essere licenziato.

Al primo processo che subirò, chiederò al giudice di eccepire dinanzi
alla Consulta e alla Corte europea la illegittimità della nuova legge
rispetto all’articolo 21 della Costituzione e all’articolo 10 della
Convenzione europea sui diritti dell’uomo e le libertà fondamentali
(”Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto
include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare
informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle
autorità pubbliche…”, con possibili restrizioni solo in caso di
notizie”riservate” o dannose per la sicurezza e la reputazione).

Mi auguro che altri colleghi si autodenuncino preventivamente insieme
a me e che la Federazione della Stampa, l’Unione Cronisti,
l’associazione Articolo21, oltre ai lettori, ci sostengano in questa
battaglia di libertà. Disobbedienti per informare. Arrestateci tutti.

Marco Travaglio

ANALISI DEL DDL SULLE INTERCETTAZIONI

Proponiamo di seguito una analisi del disegno di legge presentato dal ministro Alfano (nella foto sotto) sulle intercettazioni a cura del Gruppo Cronisti Lombardi. Il ddl continua a suscitare ampie polemiche e una ampia discussione in tutta la categoria, non senza interessanti proposte per una capillare mobilitazione (vedi anche il sito dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani)
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Articolo 1.
c.1) Amplia i doveri di astensione del “giudice”, aggiungendo l’ipotesi “se ha pubblicamente rilasciato dichiarazioni sul procedimento affidatogli”

c.2 e 3) Prevede una nuova ipotesi che obbliga il procuratore capo a sostituire il pm durante l’udienza, se questi è stato nel frattempo indagato per il reato di rivelazione di segreti d’ufficio (relativi al suo procedimento). Analogo potere ha il procuratore di corte d’appello su capo e sostituti della procura.

Articolo 2.
Modifica la disciplina del segreto, stravolgendo la norma chiave della procedura penale, art 114 cpp (copiando pedissequamente dal ddl Mastella). Vieta la pubblicazione del contenuto degli atti di indagine, anche parziale e in forma riassuntiva, sia degli atti del pm sia della difesa fino alla chiusura dell’indagine preliminare ovvero fino dopo l’udienza preliminare, anche se non sussiste più il segreto.

Pertanto non potranno più essere pubblicate nemmeno le ordinanze di custodia cautelare.

Inoltre , come il ddl Mastella, vieta per sempre la pubblicazione di conversazioni intercettate e anche di flussi telematici (posta elettronica etc) di cui sia stata disposta la distruzione – perché non rilevanti ai fini del procedimento per cui sono state attivate -, senza distinguere tra posizione dell’indagato e quella di terzi estranei.

La modifica dell’art. 115 cpp impone poi al procuratore della repubblica di informare immediatamente il Consiglio dell’ordine dei giornalisti per le violazioni del divieto di pubblicazione: il consiglio dovrà adottare un provvedimento entro 30 giorni, potendo disporre la sospensione disciplinare fino a tre mesi del giornalista.

Articolo 3
Nuovi limiti per intercettazioni telefoniche, acquisizione tabulati, e intercettazioni ambientali. Alza da 5 a 10 anni la pena che rende attivabili tali mezzi di prova. Il limite resta a 5 anni solo per i delitti contro la pubblica amministrazione. Limite di 5 anni di pena anche se si tratta di reati contro la persona, ma solo se sia la parte offesa a chiedere l’attivazione nei luoghi (e/o utenze telefoniche) di sua disponibilità.

Articolo 4
Il decreto che autorizza le intercettazioni è firmato dal tribunale collegiale, e non più dal giudice preliminare. Le intercettazioni devono essere “assolutamente indispensabili” per provare il reato e analiticamente giustificate dal pm che le chiede (ma per mafia, terrorismo e minaccia con il mezzo del telefono bastano “sufficienti indizi”. Il decreto vale 15 giorni, rinnovabile di volta in volta per un massimo di tre mesi.

Articolo 6/7/8.
Modalità di svolgimento e acquisizione delle intercettazioni. Tra l’altro: consentito l’uso in un procedimento diverso solo se si tratta di gravi reati (mafia, terrorismo, traffico di armi, di droga, violenza sessuale, rapina, sequestro di persona etc).

Articolo 9.
Modifica l’art 292 cpp. Il giudice non può più inserire le intercettazioni telefoniche all’interno dell’ordinanza di custodia cautelare; può richiamarle solo nel contenuto e deve allegarle a parte nel fascicolo del futuro processo.

Articolo 10.
L’obbligo del segreto si allarga a tutta l’”attività” (e non più solo agli “atti”)di indagine di pm e polizia giudiziaria.

Il pm non potrà più disporre in via eccezionale e con decreto motivato (quindi per necessità di indagine) la pubblicazione di atti dell’inchiesta.

Articolo 11.
Allargamento dei casi dell’arresto obbligatorio in flagranza.

Articolo 12
Istituisce il funzionario responsabile della conservazione di verbali e dei supporti informatici contenenti le intercettazioni.
Nuove regole di informazione obbligatoria alle amministrazioni da cui dipendono impiegati dello stato e ministri di culto indagati o arrestati.

Articolo 13
Modifiche al Codice penale.
- Rivelazione illecita di segreti relativi a procedimento penale: pena aumentata fino a 5 anni per agente qualificato (magistrato, ufficiale di pg, cancellieri e impiegati), 1 anno se la rivelazione è “per colpa”. Pena di un anno anche per i testimoni che parlino dopo aver deposto.
- La violazione di domicilio (3 anni di reclusione) si estende a ogni luogo “privato”.

- Nuovo reato di “accesso abusivo (informatico, ndr) ad atti del procedimento penale”.”Chiunque” è soggetto a pene da 1 a 3 anni,
- Pubblicazione arbitraria di atti del procedimento. Modificato l’art. 684 del codice penale: l’arresto (nel massimo) passa da 30 giorni a sei mesi, l’ammenda (nel massimo) da 258 a 750 euro.
Se la pubblicazione riguarda però le intercettazioni telefoniche, tabulati, intercettazioni ambientali o di flussi informatici, l’arresto sale fino a 3 anni e la multa fino a 1032 euro.

Articolo 14
Responsabilità dell’editore in relazione all’art 684cp (pubblicazione arbitraria di atti). Sanzione pecuniaria da 100 a 300 quote (cioè da 25.800 euro a 465 mila euro, a seconda delle dimensioni e dei bilanci aziendali)

Articolo 15
Rettifiche. Modifiche alla legge sulla stampa (47/1948). Per radio e tv la rettifica deve essere pubblicata entro 48 ore dalla richiesta con le medesime modalità e fascia oraria della notizia cui si riferisce Per i siti informatici entro 48 ore dalla richiesta con le stesse caratteristiche grafiche, modalità di accesso e visibilità.
La rettifica va pubblicata senza commento.
Per la stampa non periodica l’autore e i co-obbligati devono provvedere entro 7 giorni alla pubblicazione della rettifica a proprie spese su due quotidiani nazionali.

Articolo 16
Abrogazione tecnica.

Articolo 17
Le modifiche contenute in questo dlgs non si applicano ai procedimenti pendenti alla data dell’entrata in vigore della legge.

L’invasione della Cecoslovacchia quarant’anni dopo nelle immagini di Josef Koudelka allo Spazio Forma fino al 9 settembre

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Fino al 9 settembre è aperta allo spazio Forma di piazza Tito Lucrezio Caro a Milano una mostra fotografica dedicata all’invasione di Praga del 1968. A quarant’anni da quei tragici eventi, attraverso le drammatiche immagini di Josef Koudelka, un tuffo nella storia del passato quando la dottrina Breznev dava all’Unione Sovietica il diritto di intervenire laddove si verificassero situazion di pericolo per i regimi comunisti del Patto di Varsavia. Gli scatti costituiscono una selezione degi circa 200 rullini che Koudelka scattò durante la settimana della Primavera di Praga e che costituiscono la più importante documentazione visiva di quel tragico avvenimento.

PAOLO MIELI PRESIDENTE DEL CIRCOLO DELLA STAMPA DI MILANO

Milano, 16 giugno 2008. Il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, è il nuovo presidente del Circolo della Stampa di Milano: sostituisce, dopo 11 anni, Giuseppe Gallizzi già caporedattore dello stesso quotidiano. La nomina è stata decisa, all’unanimità, dal Consiglio direttivo dell’Associazione lombarda dei giornalisti (Alg). Vicepresidente è Francesco Faranda e segretario generale Giovanni Negri, presidente del sindacato lombardo. I consiglieri sono: Elena Golino, Andrea Nicastro, Gabriele Porro, Fabio Gibellino e Pierfrancesco Gallizzi. Probiviri: Giuseppe Nardi, Domenico Tedeschi e Gianluca Beltrame. Revisori dei conti: Alberto Arrigoni, Alessandro Galimberti e Giovanni Pons. «Ringrazio Paolo Mieli, a nome di tutto il Direttivo, per la disponibilità - ha detto Negri -. È un collega da tutti riconosciuto oggettivamente autorovole per cultura e storia professionale. Lo spirito del nuovo Consiglio è quello dell’unità e del rinnovamento. Colgo l’occasione per ringraziare anche il presidente uscente Giuseppe Gallizzi per il lavoro svolto durante la sua lunga presidenza». (ANSA).

A Paolo Mieli le più vive congratulazioni e gli auguri di buon lavoro. Complimenti in particolare anche a Elena Golino e Alessandro Galimberti, entrambi membri della Giunta del Gruppo Cronisti Lombardi.

APPROVATO DDL SULLE INTERCETTAZIONI: NON FACCIAMOCI FREGARE

13 giugno - Il Consiglio dei Ministri ha approvato questa mattina il DDL sulle intercettazioni, che ora passerà al vaglio del Parlamento. Non ci sono grandi novità rispetto alle indiscrezioni della vigilia, ma bisognerà saperlo leggere bene anche tra le righe, soprattutto a proposito delle norme relative alla pubblicazione delle intercettazioni stesse. RICORDIAMOCI, noi Cronisti, del DDL Mastella, di quanto abbiamo combattuto perché venisse modificato, prima che la legislatura finisse e il disegno decadesse.
Dobbiamo RICORDARCI e RICORDARE a politici, magistrati, avvocati e opinione pubblica, che nessun bavaglio può essere messo alle notizie quando gli atti del processo, con le comunicazioni alle parti, diventano pubblici. E che quindi possono essere stampati e divulgati anche da giornali e televisione. RICORDIAMOCI E RICORDIAMO a politici, magistrati, avvocati e opinione pubblica, che se queste notizie non venissero più pubblicate sarebbe una sconfitta di tutti, ma sopratutto per la Libertà e la Democrazia. Di quella Liberta e Democrazia che tutti, dal presidente Napolitano in giù, affermano di voler difendere e che poi, proprio nelle aule parlamentari, rischiano di venire per sempre compromesse.
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Facciamo in modo, con correttezza e senso di responsabilità, ma con fermezza, che non debba mai avverarsi la previsione che Bucchi ha fatto con la sua vignetta di mercoledì 11 su Repubblica e che qui sopra riproduciamo. Sarebbe la fine del giornalismo e anche della Libertà.

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IL COMUNICATO DELLL’UNIONE NAZIONALE CRONISTI

INTERCETTAZIONI: CRONISTI, L’EUROPA CONDANNA LA LEGGE ALFANO
”La Corte Europea di Strasburgo ha già condannato la pretesa di mandare in carcere i cronisti che informano i cittadini sulle indagini giudiziarie e tornerà a bocciare il disegno di legge approvato oggi dal governo. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha quindi detto un’altra cosa non vera, dopo aver ripetuto per giorni che le intercettazioni costano un terzo del bilancio della giustizia, e cioè che il disegno di legge ha una piena copertura europea. La Corte di Strasburgo nel giugno 2007 ha infatti riconosciuto la prevalenza del diritto del pubblico di essere informato. E non può essere altrimenti in uno stato di diritto nel quale, come ha recentemente ricordato la Cassazione, i giornalisti devono essere i “cani da guardia” del potere. Il potere politico invece è intollerante dei controlli giudiziari, della magistratura contabile e dell’opinione pubblica e cerca in tutti i modi di evitarli. In questo caso utilizzando il principio della privacy cerca esplicitamente di impedire che i
giornalisti informino i cittadini sulle indagini giudiziarie in modo tempestivo e compiuto. Stabilire per il cronista la condanna a tre anni di carcere ma dire, state tranquilli in galera certo non vi mandiamo, equivale esattamente a minacciare: o fate i bravi o in carcere ci andate davvero.
L’Unione Nazionale Cronisti Italiani torna a sostenere che il diritto-dovere di cronaca è un principio basilare di un paese democratico e che se si rispettassero le norme esistenti in materia di intercettazioni, trascrizioni ed eliminazioni di quelle non utili all’indagine, ci sarebbe il più ampio rispetto della privacy. Per questo l’Unci sollecita tutti i giornalisti a dare una risposta forte, unitaria e corale al tentativo di limitare la libertà di informazione.”

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IL CONSIGLIO DIRETTIVO DELL’ALG DICE NO
AL DISEGNO DI LEGGE SULLE INTERCETTAZIONI

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione Lombarda dei giornalisti all’unanimità dice no al disegno di legge sulle intercettazioni proposto dal governo.
E’ un disegno di legge che, tra l’altro, include fortissime limitazioni all’esercizio del diritto-dovere all’informazione, vieta la pubblicazione delle intercettazioni , anche non più coperte da segreto, prevedendo per i giornalisti pene detentive fino a tre anni di carcere.
Vieta anche, incredibilmente, la pubblicazione - fino alla chiusura dell’indagine preliminare - di atti di inchiesta, di documenti acquisiti al fascicolo anche se non coperti da segreto: in sostanza si impedisce il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini di essere informati.
Non si potrà più scrivere di nulla che riguardi le indagini, siano esse per omicidio, malasanità o traffico di stupefacenti. Nulla riguardo ai contenuti delle ordinanze di custodia cautelare, impedendo così all’opinione pubblica di venire a conoscenza dei perché di un arresto.
Il Consiglio direttivo ritiene, infine, che il disegno di legge sia contrario a dettami costituzionali (Art.21), alle convenzioni internazionali e alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Milano, 16 giugno 2008

INTERCETTAZIONI: TORNA MINACCIA CARCERE PER I CRONISTI

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Torna la minaccia del carcere per i cronisti che svolgono il loro lavoro correttamente riferendo le notizie di cui sono venuti in possesso. Addirittura la pena di 5 anni di reclusione, ha anticipato il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sarà prevista, per chi propagherà il contenuto di intercettazioni telefoniche, da un provvedimento che sarà presentato nel prossimo Consiglio dei Ministri.
L’Unione Nazionale Cronisti Italiani, in attesa di conoscere nei dettagli il testo del provvedimento annunciato, sottolinea che non è possibile fare confusione tra intercettazioni realizzate in modo abusivo e quelle disposte dalla magistratura e che il contenuto di queste ultime, quando è allegato nei provvedimenti di richiesta di rinvio a giudizio, e quindi è stato portato a conoscenza dell’indagato, diventa pubblico.
L’Unci sostiene pertanto che iniziative proposte per tutelare la privacy, come ha detto il Ministro della Giustizia Angelino Alfano, non possono essere utilizzate per ridurre la libertà di stampa e il diritto dei cittadini di essere informati in modo completo e tempestivo sull’andamento delle indagini giudiziarie.
L’Unione Cronisti quindi, invita Fnsi, Ordine dei giornalisti e l’intera categoria a vigilare per evitare che si ripeta il tentativo di eliminare il diritto-dovere di cronaca contenuto nel provvedimento proposto dall’ex ministro Mastella nella scorsa legislatura.
Nella foto: Silvio Berlusconi. La sua proposta sulle intercettazioni sta creando soltanto proteste e polemiche.

GLI “STRAPPI” DI HEMMES A MILANO E A ROMA

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Il critico Giuseppe Cordoni scrive di Hemmes che “ogni sua opera scaturisce da un’incontenibile volontà di espressione”, che “di volta in volta squarcia la tela di un’opprimente solitudine” affermando “una profonda necessità di apertura e di relazione”. Conoscendo Hemmes da quando frequentavamo insieme il liceo scientifico a Livorno ed essendo stato anche suo compagno di banco, credo di poter sottoscrivere queste valutazioni. Per un artista che ha cominciato a rivelare le sue ormai sempre più riconosciute qualità ben oltre la metà del cammin di nostra vita e dopo aver abbandonato pennelli e tavolozza per lunghi anni quando il figurativo legato alla tradizione livornese sembrava essere il suo punto di arrivo. Invece all’improvviso gli “strappi” e un’evoluzione che ha dell’incredibile nel giro di pochi anni. Venendo dalla provincia il percorso per giungere a farsi almeno notare è stato difficile. Ma Hemmes sembra aver raggiunto ora, con due mostre in contemporanea a Milano (Galleria Gianfranco Meggiato, via Rivoli 2) e a Roma (Galleria C.A.O.S in via della Conciliazione) un significativo traguardo. Le due mostre - da notare che quella milanese è nata grazie alla “folgorazione” della giovane coordinatrice della Meggiato, Marzia Di Gennaro che ha scoperto Hemmes attraverso due opere al Miart di aprile - rimarranno aperte fino al 30 giugno.(g.p)
Nella foto: uscita dei verdi freddi 2007, tecnica mista, cm 100×80)